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Venere e Cupido che ruba il favo di miele
Tecnica mista su tavola
169 x 67 cm
Siglato con l’emblema del serpente, datato 1531
Roma, Galleria Borghese

L’opera è la prima e più raffinata rappresentazione in grande formato tra le oltre venti versioni sul tema della Venere, realizzate con enorme successo da Cranach e dalla sua bottega a partire dal terzo decennio del XVI secolo. L’emblema del serpente e la data del 1531, un tempo visibile sul tronco dell’albero, non sembrano originali; tuttavia tale cronologia trova piena conferma nell’evoluzione stilistica del pittore.
La provenienza non è accertata (se ne suppone l’antica appartenenza al padovano Alvise Corradini), mentre, come recentemente rinvenuto dai documenti d’archivio, il suo ingresso nella collezione del cardinale Scipione Borghese può essere collocato già dal 1611. A quella data infatti risultano approntate le cornici per due “Veneri lunghe”, rispettivamente identificabili con la tavola di Cranach e con la Venere di Brescianino (ancora oggi conservata presso la Galleria Borghese). Si tratterebbe dunque di una precocissima acquisizione volontaria di un’opera di Cranach in territorio italiano.
L’origine iconografica è da ricollegare all’interesse suscitato dagli Idilli di Teocrito, tornati in auge presso l’università di Wittenberg grazie alla traduzione dal greco al latino di Georg Sabinus e alla lectio magistralis tenuta da Filippo Melantone nel 1526. La “favola” di Eros ladro di miele, che soffre terribilmente per una piccola puntura è riproposta nel testo inserito sul fondo scuro: “DUM PUER ALVEOLO FURATUR MELLA CU[PIDO] / FURANTI DIGITUM CUSPIDE FIXIT APIS / SIC ETIAM NOBIS BREVIS ET PERITURA VOLUPTA[S] / QUA[M] PETIMUS TRISTI MIXTA DOLORE NOC[ET]” (“Come Cupido bambino ruba il miele dall’alveare e l’ape punge il ladro sulla punta del dito, così anche la caduca e breve voluttà delle nostre brame è nociva e porta tristezza e dolore”).
La rappresentazione della sensuale Venere abbigliata secondo la moda della corte di Wittenberg, algida ed elegantissima nei suoi preziosi ornamenti, l’ampio e lussuoso cappello ornato di piume, la reticella dorata in cui sono raccolti i capelli e la preziosa collana intorno al collo sottile, si trasforma così in ammonimento di carattere morale sulle conseguenze dolorose della voluptas. Nel contempo, attraverso l’iscrizione latina, Cranach si propone come pictor doctus nel ruolo di educatore umanistico, dilettando ed istruendo per mezzo della sua arte pittorica.
L’interesse del cardinale Borghese, oltre che dalla rarità e dalla straordinaria qualità del dipinto, potrebbe essere stato suscitato dallo stile narrativo della favola antica e dalla simbolica interpretazione offerta in chiave moraleggiante dai versi latini. Lo stesso procedimento, che pochi anni dopo l’acquisizione dell’opera di Cranach, avrebbe caratterizzato le favole mitologiche del Ratto di Proserpina e dell’Apollo e Dafne di Bernini, accompagnate sul basamento dai distici di Maffeo Barberini.

 

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