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La Sensualità femminile tra sacro e profano

Uno degli aspetti senz’altro più noti dell’arte di Cranach è costituito dalle rappresentazioni della donna sensuale. Eccellono i celebri nudi, ma anche le fanciulle qualificate da vari attributi iconografici. Cranach inserisce infatti le sue inconfondibili figure femminili, caratterizzate dalle corporature esili e allungate e dall’incarnato candido e levigato, sia nelle tematiche di tipo profano che in quelle religiose.
Tali tipologie muliebri, di sapore umanistico, vennero elaborate per soddisfare le esigenze di una moderna clientela quale poteva essere la corte elettorale, ma anche i ceti più abbienti della Sassonia e dell’Europa centrale, per essere in seguito esportate verso il mercato “borghese” emergente.
In questo ambito, la rappresentazione del mito di Venere è certamente la più celebre all’interno del repertorio di Cranach.
La Venere e Cupido che ruba il favo di miele entrò già agli inizi del Seicento nella collezione Borghese e molto probabilmente fu destinata sin dall’acquisto a formare pendant con la Venere del Brescianino, creando un contrasto visivo, voluto dal cardinal Scipione, che è lo stesso che si vuole riproporre nella mostra. Le due monumentali raffigurazioni, che si possono ancora ammirare nella collezione, furono accostate di modo che si accentuassero le diversità tra la maniera rinascimentale italiana, dove la figura è resa con la massima plasticità attraverso l’uso dello sfumato, così da rendere viva la sua dimensione statuaria, e l’algida astrazione della Venere tedesca, priva di plasticità, esile sino all’inconsistenza eppure espressiva e sensuale.
Il dialogo tra questi linguaggi formali viene approfondito in tale occasione grazie alla presenza della Venere di Princeton e di quella di Francoforte. La prima è un’immagine di alta qualità pittorica, che nel suo erotismo ricorda esempi italiani, botticelliani o di ambito leonardesco. L’altra, che gioca maliziosamente con un velo trasparente, è stata definita come “la più lasciva e seduttiva dea dell’amore che Cranach abbia dipinto”. L’opera, di piccolo formato, doveva avere pendant la Lucrezia di Vienna, rapporto che la mostra eccezionalmente ripropone. Al mito di Afrodite potrebbe anche alludere la Fanciulla con una mela, per via del dettaglio iconografico.
L’opportunità di ospitare queste opere nella Galleria Borghese rende possibili ulteriori confronti con il mondo italiano, come la Venere dormiente di Girolamo da Treviso, dalla tipologia di derivazione giorgionesca e che forse già in origine era accostata alle altre due Veneri della collezione, e la bella copia della perduta Leda di Leonardo, il cui prototipo costituisce il primo compiuto contrapposto femminile del Rinascimento e che potrebbe essere servita da modello al pittore tedesco.
Anche l’effige di Lucrezia era un tema popolare nelle corti del nord, quale esempio di virtù e di forza etica e morale. Nei nudi di Coburg e di Vienna tuttavia l’eroina romana appare trasformata in un esempio di femminilità sensuale, pienamente accostabile alle raffigurazioni di Venere. Sebbene queste immagini incorporee siano distanti dal concetto di nudo rinascimentale italiano, è possibile che Cranach conoscesse esemplari del soggetto elaborati nella penisola, come le immagini del Suicidio di Lucrezia eseguite dal Francia o la versione di Palma il Vecchio conservata nella Galleria Borghese.


Le Lucrezie

Le Veneri